Una partita di poker tra Werther e Tarantino.

Eccomi

Utente: UrielValmont

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Ultimi Commenti

Nishinkan in Musashi au revoir

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 03 settembre 2009
Musashi au revoir

Stamattina ho consegnato The Lone Samurai.

Sono molto soddisfatto, e mi trattengo a stento dallo scriverne già una recensione - la rimando a quando l'opera sarà disponibile nelle librerie (temo ci sarà da aspettare fino al prossimo anno, ahimé).
Mi limiterò a dire che questa traduzione è stata un'esperienza intensa; un vero e proprio viaggio nella vita, nelle opere e nel pensiero di questo grande personaggio, Miyamoto Musashi, che credevo di conoscere ma di cui in realtà non sapevo moltissime cose. Mi sono sentito felice: avere la possibilità, grazie al mio lavoro e alla mia pratica, di scoprire ogni giorno quanto sono ignorante e incapace è davvero una delle più grandi benedizioni della mia vita. Ora sono un po' più ricco.

Salutato Musashi, mi è stata affidato un altro libro che, a una prima occhiata, confesso non mi sembra proprio un capolavoro.
Manterrò un po' di mistero sul titolo, limitandomi a fornire un indizio pittorico

e a dire che il libro appartiene a quel nutrito gruppo di pubblicazioni dell'americana Paladin Press che forse hanno un valore più folkloristico che altro. Ma chi lo sa, magari durante il lavoro cambio idea. Di sicuro mi divertirò.

Postato da: UrielValmont a settembre 03, 2009 16:06 | link | commenti (1)
libri, traduzioni, giappone, entusiasmi, letteratura, lavoro, arti marziali, miyamoto musashi

mercoledì, 12 agosto 2009
Perle inaspettate dal passato

Sto lavorando alacremente alla traduzione del libro su Miyamoto Musashi, che mi ha visto peccaminosamente latente per troppo tempo.
Mancano ormai relativamente poche pagine (sto lavorando alle note, che però sono praticamente* mezzo libro), e non cesso mai di meravigliarmi di fronte alla mole di incredibili informazioni contenute in questo saggio che, ne sono certo, farà davvero la gioia di ogni serio praticante di arti marziali giapponesi (e non solo).

In una nota del secondo capitolo mi sono imbattuto in questa serie di versi a opera di Yagyu Muneyoshi (uno che la sapeva lunga). Non li conoscevo, e li ho trovati non solo bellissimi e profondi in sé, ma anche incredibilmente affini a me, alla mia interiorità, e soprattutto al periodo non troppo roseo che sto attraversando in questi giorni. Il fatto che li abbia trovati solo e soltanto ora ha certamente un senso.

Che io sappia non esiste una traduzione in italiano, quindi ho dovuto pensarci io.
Ho fatto del mio meglio.


Non avendo alcuna capacità particolare
per vivere in questo mondo,
timidamente mi sono ricavato
un unico rifugio:
le arti marziali.

È una cosa buona
crearsi
un rifugio!
Ma le arti marziali sono inutili
di fronte alla discordia e ai litigi.

Forse puoi riuscire
nelle arti marziali,
ma esse non sono che una nave di pietra
che non può veleggiare
sul malinconico mare della vita.

Forse davvero le arti marziali
sono una nave di pietra
che non può galleggiare.
Ma io non riesco ad abbandonare
la mia debolezza per questa Via.






*Ho usato troppe parole in -ente in uno spazio troppo esiguo, e secondo i manuali dell'arte dello scrivere questo è un peccato mortale. Ma io non credo al concetto di peccato, quindi in questo caso me ne fotto... altamente.

Postato da: UrielValmont a agosto 12, 2009 16:40 | link | commenti
citazioni, libri, traduzioni, giappone, entusiasmi, letteratura, lavoro, scrittura, arti marziali, samurai, romanticismi, miyamoto musashi, viscontessa, yagyu

giovedì, 09 luglio 2009
C'è un tizio cattivo con due spade che mi perseguita...

L'altra sera, grazie alle mie altolocatissime conoscenze*, ho assistito nella splendida cornice dell'isola Tiberina (o Tibberina, come si pronuncia correttamente) a un'esclusiva proiezione in anteprima del film-documentario a cartoni animati Musashi Souken.

L'opera, pur sottolineando la poliedricità di Miyamoto Musashi, ne analizza principalmente la figura di spadaccino e stratega, partendo dalla battaglia di Sekigahara (1600) fino ad arrivare al celeberrimo duello contro Sasaki Kojiro (1612).
Nonostante la teoria principale presentata da questo documentario (si fa un'analisi dello stile di scherma e di alcuni episodi della vita di Musashi per dimostrare che il suo sogno di sarebbe stato quello di combattere in battaglie campali e, più precisamente, in armatura e a cavallo) mi è sembrata un po' forzata, la visione è stata più che godibile, grazie a un buon numero di interessanti informazioni storiche e culturali, a una colonna sonora curatissima e alle frequenti sequenze animate che ricostruiscono alcuni dei più celebri duelli di Musashi (Arima Kihei, Denshichiro e Matashichiro Yoshioka, Baiken Shishido, e Kojiro Sasaki), a ulteriore conferma che i giapponesi hanno tanti difetti, ma hanno veramente elevato il cartone animato a status di opera d'arte.

Naturalmente durante tutta la visione del film un sottile ma penetrante senso di colpa ha turbato la mia fanciullesca mente, visto l'ormai biblico ritardo accumulato sulla traduzione del libro su Musashi di cui mi sto occupando...
A ogni modo, consiglio caldamente la visione di Musashi Souken non appena verrà distribuito su canali più o meno ufficiali.


*La serata è stata anche uno spunto per una breve, tragicomica riflessione sul "fattore Italia".
All'evento erano presenti tra gli altri il primo ministro giapponese, Taro Aso, e consorte, l'ambasciatore giapponese in Italia e il sindaco Alemanno. Imponenti le misure di sicurezza, visto che l'isola era sorvolata costantemente da due elicotteri della polizia e che sul ponte alle mie spalle (e sicuramente anche in qualche palazzo) erano appostati dei tiratori scelti; l'ingresso, inoltre, era esclusivamente su invito.
La cosa divertente è stata che, mentre gli elicotteri sorvolavano e i tiratori scelti cecchinavano, con la connivenza di qualche giovane membro del catering un paio di centinaia di persone sono entrate tranquillamente, senza invito, da dietro, rendendo la serata molto più caotica del previsto e SOPRATTUTTO riversandosi sul catering come delle cavallette affamate** e impedendo quindi ai legittimi invitati (cioè me) di godere delle prelibatezze giapponesi che erano state pensate per un numero di persone tre volte inferiore.
Praticamente, per farla breve, poteva entrare tranquillamente uno armato di bazooka e far saltare l'isola Tibberina.
Ah, italiani.

**Tra l'altro, non ho mai capito perché non appena appare un buffet la gente si trasforma istantaneamente in Felice Sciosciammocca davanti agli spaghetti, e ti viene una gran voglia di picchiarli tutti.

Postato da: UrielValmont a luglio 09, 2009 10:55 | link | commenti (1)
giappone, lavoro, arti marziali, anime, samurai, miyamoto musashi

martedì, 30 giugno 2009
Fortunatamente...





...i quattro gatti che leggono questo blog sono tutte persone che vedo e/o sento tramite altri canali, o si potrebbe pensare che quell'aereo da partito Tokyo sia poi precipitato.

E invece no, il 29 gennaio sono tornato a casa. Nemmeno il tempo di riavermi e sono precipitato di nuovo nel gorgo del lavoro, dal quale sono riemerso solo oggi ma so già che durerà poco.

Questo

ed.espresso.repubblica.it/scienzaillustrata/

e quest'altro

www.gametrailers.com/video/global-conspiracy-alpha-protocol/51868#comment_head_text

molto soddisfacenti da parecchi punti di vista, hanno fatto slittare di nuovo il povero Musashi che inizia a incazzarsi, lo vedo.

L'estate e alle porte e con essa i giochi di Natale, ma se mi guardo intorno direi che non ho proprio di che lamentarmi.

Sto anche dimagrendo, perbacco.

Postato da: UrielValmont a giugno 30, 2009 10:28 | link | commenti (1)

mercoledì, 28 gennaio 2009
Dal Giappone - 5

5, come le ore che mancano al suono dell'ipotetica sveglia del mio ultimo giorno giapponese.

Devo finire di sistemare le ultime cose, ma ho appena ricevuto questa foto e, assolutamente, non posso esimermi dal postarla.

Todaiji, Nara, lungo la strada che porta al Daibutsu.


Postato da: UrielValmont a gennaio 28, 2009 16:14 | link | commenti (1)
viaggi, giappone, foto, idiozie, idiozie non idiote, giovani doggi, nara, todaiji

domenica, 25 gennaio 2009
Dal Giappone - 4: Asakusa

Il grande Takeshi Kitano (per gli amici "Beat Takeshi"), geniale e poliedrico artista giapponese (per non dire fottuto pazzo, visto che la sua mente è stata in grado di partorire sia Hana-bi che Mai dire Banzai, tanto per dirne due), iniziò la sua carriera nel 1973 come cabarettista in un locale del quartiere di Asakusa, a Tokyo - esperienza raccontata nel libro Asakusa Kid, che vi consiglio.

Sabato ci ho passato qualche ora (ad Asakusa, non con Kitano). Ci si era già stati tre settimane fa, ma in questo secondo round ho potuto osservare e notare piccoli particolari e vedute alternative che la prima volta, persi nel delirio di Nakamise Dori (la strada principale), erano passati in cavalleria.

Asakusa è un bel quartiere, relativamente tranquillo rispetto ai deliri di altre zone di Tokyo. Anticamente zona malfamata della capitale, più o meno dalla Restaurazione Meiji (1868) agli anni '50 divenne la zona principe del divertimento a Tokyo; tra le altre cose vi vennero inaugurati il primo cinema e il primo parco di divertimenti (Hanayashiki, 1853 - avevo fatto una foto ma è sparita) del Giappone.

La principale attrazione è il Sensoji, tempio buddista dedicato alla bodhisattva Kannon. Deviando però dal tragitto più trafficato, che porta all'edificio principale, ci si imbatte in scorci di una certa bellezza (1-2-3-4-5-6-7). Momenti di serena tranquillità, che mi hanno ricordato Kyoto.

Dopo un giro e qualche foto mi allontano dall'area templare e mi avvio per le strade del quartiere (1-2-3-4), supero l'Hanayashiki e osservo gli strani abitanti dei tetti di Asakusa (1-2). Ahimé, non dovevo distrarmi! Vengo infatti proditoriamente attaccato da due ninja, che però respingo con miticità e attraenza grazie a un potente mudra che intreccio a tempo di record.

Provato dalla dura battaglia, però, ripiego verso la stazione della metropolitana, non prima di aver salutato un pizzettaro giapponese assorto nello stendere la sfoglia (che poi non so se fosse davvero una pizza, ma mi piace pensare così).

Tutto il giro del quartiere è stato condito (è il caso di dirlo) da un odore costante di spiedini grigliati, spaghetti saltati alla piastra e altre prelibatezze locali, che i dannati autoctoni disseminano saggiamento con ventilatori strategici puntati direttamente nelle narici dei passanti.

Oggi Tokyo mi è piaciuta di più.

Postato da: UrielValmont a gennaio 25, 2009 15:21 | link | commenti
viaggi, giappone, entusiasmi, foto, fotografia, idiozie, stronzate, tokyo, kyoto, takeshi kitano, idiozie non idiote, asakusa, viscontessa

mercoledì, 21 gennaio 2009
Dal Giappone - 3: Il fumo




Ho smesso di fumare da una decina di mesi, e ne sono assai soddisfatto, anche perché mi dicono che le sigarette giapponesi fanno schifo - anche se certo non potranno mai essere peggiori di quelle cinesi. Mi ricordo che sapevano di involtino primavera e aria di Pechino, una combinazione devastante.

Questo interessante cappello non era che una bieca scusa per introdurre l'approfondimento di oggi, che riguarda il Giappone e le sigarette.
In questo paese, nel quale la percentuale di fumatori è molto alta, per strada non fuma quasi nessuno. O meglio: quasi nessuno fuma camminando, perché è vietato. Esatto, è fondamentalmente vietato fumare all'aperto. Il vizio è consentito solo nell'adiacenza delle apposite smoking area (agli angoli delle strade, ma anche sulle banchine alle stazioni, o nei parchi... un po' dappertutto insomma), che non sono altro che dei mega portaceneri attorno ai quali si assiepano i tabagisti. Che prova di civiltà, direte voi. Si fuma nelle smoking area in modo da non infastidire troppo i passanti non fumatori. E' stato anche il mio primo pensiero, lo confesso. Poi però sono andato a prendere un caffé, mi sono seduto al tavolino e... c'era il posacenere. Sono andato al ristorante e... c'era il posacenere. Sono andato da Mc Donald's, e c'era il portacenere pure lì.

Esatto: nel 98% dei locali pubblici giapponesi si fuma. E, dal momento che le aree fumatori e non fumatori, quando ci sono, sono solitamente separate soltanto da... aria, è chiaro che la questione assume contorni curiosi, e che le succitate smoking area mi sono apparse sotto una nuova luce. Temo infatti che il discorso salutistico (fumo passivo) non c'entri una beneamata fava, ma si tratti esclusivamente di un problema di forma. Se fumi per strada cicchi per terra, e magari butti pure il mozzicone insozzando le strade. No! Devi fumare dove ti diciamo noi, in modo che cenere e mozziconi non sporchino ma finiscano nella spazzatura.
Nei locali fuma pure tranquillo, tanto sei seduto e utilizzerai di certo l'apposito portacenere.

Una prima conferma indiretta di questa mia conclusione mi viene da questo cartello (che insieme ad altri fa parte di una campagna di sensibilizzazione lanciata dalle metropolitane di Tokyo):



Che ritrae un salaryman ubriaco come una zucchina mentre dà un pessimo spettacolo di sé sulla metropolitana. Che c'è scritto sul cartello? Please do it at home. Ossia ubriacati quanto ti pare a casa tua, ma non essere sconveniente in pubblico.

Una seconda, inaspettata conferma indiretta mi è giunta parlando con un insegante di inglese presso una famosa scuola di lingue, che ha sedi in tutto il mondo.
Reggetevi perché questa è incredibile. Ma mi è stata raccontata sotto giuramento.

Lezione, in inglese, di etica negli affari. Piccola classe formata da dirigenti di una famosissima azienda giapponese produttrice di automobili, si parla di uomini laureati di circa 45 anni.

Insegnante: "Quale tra queste aziende si trova a dover affrontare problemi di tipo etico?". Elenca cinque aziende, tra cui una produttrice di sigarette.
Dirigenti: "Boh!"
I: "Ripeto? Quali tra queste aziende?". E rielenca le aziende specificandone i prodotti.
D: "Boh!"
I: "Ma... è questa!", e nomina l'azienda produttrice di sigarette.
D: "E scusi, qual è il problema?"
I: "Come qual è il problema? Quest'azienda produce sigarette... fumo... malattie... problemi etici".
D: "Ahahah ma che sta dicendo? Il tabacco non fa male!"
I: "Cosa?"
D: "Ma certo! La Società Giapponese per il Tabacco ha detto che fumare non fa male alla salute"
I: "Ma che dite? Ma se ci sono fior di studi in merito! In America sono state addirittura vinte delle cause intentate da consumatori contro questa azienda!".
D: "Aaaahh... certo! E' il tabacco americano che fa male, quello giapponese no!
I: "..."

Arduo a crederci, e non voglio dire che questa sia l'opinione del popolo giapponese sulle sigarette, ma la storia è vera e credo faccia riflettere.

Postato da: UrielValmont a gennaio 21, 2009 16:43 | link | commenti
giappone, foto, cina, tokyo, fumo, ipocrisie

venerdì, 16 gennaio 2009
Il genio folle di Tatsuya Egawa




Scrissi questo breve pezzo parecchi anni fa, poco dopo la conclusione del manga in questione.
Senza falsa modestia la reputo ancora una buona analisi (per sommi capi, certo), e credo sia il caso di postarla perché in questo soggiorno nipponico, come ho accennato in un altro post, mi si stanno aprendo gli occhi su tanti anni di informazioni ricevute e sull'altissimo valore artistico e sociale di alcune opere letterarie che da questo terribile paese provengono.

In particolare mi appare ancor più lampante il genio folle di Tatsuya Egawa, autore tra gli altri del manga di cui sto per parlare.

Buona lettura.


Il panorama del fumetto giapponese (manga) è estremamente variegato; nel paese del Sol Levante vengono realizzati fumetti di ogni tipo, per ogni fascia di età e che trattano gli argomenti più disparati.
Uno degli autori (mangaka) più particolari è senza dubbio Tatsuya Egawa, ed è appunto di lui che vorrei parlare, presentandolo attraverso forse quella che è la sua opera più famosa (pubblicata anche in Italia): Golden Boy.
Perché Egawa è così particolare? Lo scoprirete proseguendo nella lettura, ma prima fisserò due punti fondamentali della sua produzione:

- Il tratto. I manga sono generalmente caratterizzati da un tratto molto curato, e da sfondi dettagliati e ricchi di particolari.
I fumetti di Egawa invece, seppur l’autore sappia disegnare certamente meglio, sono graficamente molto poveri: tratto sporco e grossolano, sfondi pessimi. Tutto questo per concentrare l’attenzione del lettore esclusivamente sul contenuto “mentale” del manga.

- Il messaggio di fondo. Egawa ce l’ha a morte col sistema giapponese (in particolare quello scolastico) e più in generale con il sistema mondiale e la mediocrità dell’essere umano; in ogni sua opera ricorrono ossessivamente queste due critiche.

GOLDEN BOY

Il protagonista, fulcro attorno a cui ruota tutto il fumetto, è il giovane Kintaro (lett. "ragazzo d’oro") Oe, "venticinquenne libero professionista tuttofare" come lui stesso si presenta ai lettori.
Vediamo cos'altro si scopre di lui sin dalle prime pagine dell’opera.

"Ha abbandonato gli studi della facoltà di legge dell’università di Tokyo, ma solo perché aveva già imparato tutto quello che l'università poteva insegnargli. Ora passa da un lavoro all'altro per imparare dalla vita. Hobby preferito: imparare. Un giorno sarà lui a salvare il Giappone… o perché no, il mondo intero!... forse."

Si tratta evidentemente di un personaggio decisamente particolare, ma c'è un dettaglio che lo fa apparire addirittura pazzo.
Nella società giapponese, la posizione sociale è tutto. Sin da piccolissimi i bambini vengono educati al rispetto, alla precisione, al rispetto delle regole, ed entrano in contatto con quello che i sociologi hanno definito shiken jikoku, ossia "inferno degli esami".
Ci sono esami per entrare all'asilo, esami per entrare alle elementari, esami per le medie, esami per il liceo ed esami di ammissione per l'università.
Tutti gli istituiti scolastici sono inseriti in una graduatoria precisa, e non c'è aspirazione più grande che quella di accedere a una scuola prestigiosa. Si parte dall'asilo, fino ad arrivare all'università; chi esce da un'università di alto livello, accederà sicuramente a posti di rilievo e di comando nella società giapponese.
La Tokyo Daigaku (Università di Tokyo) è l'istituto più importante del paese, ed esservi ammessi rappresenta un obiettivo forse più importante della laurea stessa: chiunque farebbe carte false per frequentarla.
Appare quindi chiaro che la decisione di Kintaro di abbandonare non solo gli studi, ma addirittura la Tokyo Daigaku, è un gesto assolutamente folle per qualunque giapponese sano di mente.
O meglio… per qualunque giapponese normale.

Kintaro Oe vaga senza meta per il Giappone al volante di Mezzaluna, la sua fedele mountain bike, e si guadagna da vivere facendo i lavori più disparati. E' sempre di buonumore, è estremamente onesto e generoso, ha uno spirito di osservazione e una capacità di imparare che hanno del sovrumano, e non manca mai di appuntare tutto ciò che gli sembra degno di nota (dal funzionamento di un computer alle misure delle ragazze che incontra) su un taccuino che considera più prezioso della sua stessa vita.
Potremmo dire che è un diseredato.
Kintao Oe è un maniaco. Spesso ha dei comportamenti feticisti tipicamente giapponesi, come annusare mutandine usate o accarezzare water sui quali delle gentili donzelle hanno posato il loro posteriore.
Potremmo dire che è un debosciato.

Eppure, Kintaro Oe è, forse, un illuminato.
Vive completamente al di fuori della logica della società e del mondo, non sa cosa sia la vergogna, fa solo ciò che lui reputa giusto (aiutare qualcuno) o naturale (fare sesso), non conosce la perversione (la ricerca del piacere è assolutamente naturale, la perversione non esiste quando c’è il mutuo consenso), impara quasi istantaneamente qualsiasi cosa gli piaccia fare (che sia programmare in C, preparare pasta fatta in casa o combattere a mani nude), è ingenuo come un bambino e inamovibile come una montagna.
Il suo motto è "Imparo! Imparo! Imparo!", la sua scuola è la vita stessa.

Nel suo peregrinare, Kintaro si ritroverà coinvolto nelle situazioni più disparate, incontrerà numerose bellissime donne (Egawa è da molti considerato un autore di fumetti erotici; sebbene dal mio punto di vista si tratti di una definizione clamorosamente riduttiva, dà l'idea di quanto sia esplicito a volte), e aiuterà molte persone sia materialmente, sia dando loro (in maniera assolutamente involontaria, sembrerebbe - ma è scritto che il Santo regola il mondo semplicemente esistendo, del resto) degli input verso una maggiore autocoscienza.
Dopo i primi episodi autoconclusivi, la vicenda inizia ad assestarsi quando Kintaro si ritrova coinvolto con la Kongoji Zaibatsu (le zaibatsu sono delle immense società tentacolari con un grande potere nell’economia del paese; essere presidente di una zaibatsu significa essere uno degli uomini più potenti del Giappone) il cui capo, Masamune Kongoji, è un altro genio illuminato il cui scopo nella vita è donare benessere e pace al mondo… dominandolo.
Kongoji è aitante, affascinante, intelligentissimo, ricco oltremisura, e possiede uno sterminato esercito di collaboratori e servitori che subiscono tutti (anche quelli che fanno parte dell'"elite" delle persone superiori alla media umana) il fascino della sua personalità.
Quest'uomo perfetto teme e rispetta, considerandolo un suo pari, solo un'altra persona: Kintaro Oe.

I due infatti si sono conosciuti all'Università di Tokyo: a quei tempi Kintaro era solo un ragazzino come tutti gli altri, concentrato sullo studio, sulla ricerca di un buon lavoro e di un'affermazione sociale, mentre Masamune era già una mente superiore.
Ma gli incontri con una donna (di cui si innamorò perdutamente) prima e con Kongoji poi gli sconvolsero la vita e lo rese (come, esattamente non ci è dato sapere) quello che è oggi.

Per concludere, Golden Boy è un manga assolutamente atipico, che mi sento di consigliare… con riserva.
Se da un lato fornisce degli spunti di ragionamento favolosi e insuperati per le vostre alienazioni mentali (da soli o in compagnia), dall'altro negli ultimi numeri la parte puramente narrativa diventa abbastanza caotica, e con pagine e pagine e pagine e pagine di scene di sesso che apparentemente non hanno molto senso (apparentemente).
Golden Boy o si ama o si odia, non ci sono vie di mezzo.

Io lo amo alla follia.

Nel primo numero, in seconda di copertina, c'è una foto dell'autore e sotto questa frase:
"Prima di finire l'asilo, sul mio quaderno annotai queste parole “Mi piace davvero studiare”.
Spesso mi chiedo da quanto tempo l'istruzione scolastica abbia dimenticato il vero significato dello studio, frainteso da molti insegnanti inadeguati e da numerosi genitori. Infatti studiare deve essere, prima di ogni altra cosa, divertente e stimolante."

Postato da: UrielValmont a gennaio 16, 2009 09:42 | link | commenti
giappone, entusiasmi, letteratura, manga, giapponese, anime, golden boy, tatsuya egawa

giovedì, 15 gennaio 2009
Dal Giappone - 2

A Tokyo fa freddo.
Molto freddo. E nelle gelide mattinate invernali giapponesi, posare le terga su una tavoletta termoriscaldata è un piacere impagabile.

Ieri ho deciso di rimanere da solo per la maggior parte della giornata, e di dedicarmi un po' alla traduzione del libro su Musashi, che era rimasto un po' (tanto) indietro, sommerso da altri progetti che sto seguendo contemporaneamente. Leggere e tradurre una cosa del genere, trovandosi qui, fa certamente un effetto particolare, tanto più che sono freschi nella mia memoria molti dei luoghi citati nel testo.

E mi torna in mente quel negozietto vicino al castello di Nijo, a Kyoto, costruito da Ieyasu Tokugawa nel 1603 (il castello, non il negozio). Una vetrina (del negozio, non del castello), piccola e semplice, espone alcune lame nude, senza montatura, che mi colpiscono per la loro lucente bellezza. Graziose tsuba sono adagiate su di un panno verde. Mi avvicino timidamente alla porta scorrevole, in legno leggero. Sarà chiusa? La apro di pochi centimetri, sbircio; nessun segno di vita. Ma vedo cose che mi chiamano a gran voce. Mi faccio coraggio ed entro.
Il negozio è piccolo, intimo. Tre vetrine espongono una serie di spade, lunghe e corte, di una bellezza mozzafiato. Hanno tutte il cartellino con il prezzo. Uno, con semplicità, come se fosse la cosa più normale del mondo, recita 1.850.000 円. Quasi 16.000 euro. Molte altre lame hanno prezzi simili. Alcune costano molto di più.
Sono bellissime.
Su un bancone, un vecchio tavolo di legno in verità, c'è un gruppo di spade nel fodero, avvolte in uno spesso panno marrone scuro. Sono vecchie, un po' usurate; dalla montatura mi sembra di riconoscere le armi degli ufficiali giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale. Forse sono appena arivate e sono in attesa di un restauro.
Una rastrelliera sostiene numerosi iaito, le spade per la pratica del battojutsu. Una piccola libreria contiene testi a me familiari.
In tutto questo il negozio è vuoto. Non c'è nessuno a guardia di questi tesori. Non sembra nemmeno un negozio, ma la stanza di una casa.

Dopo un periodo di tempo indefinito, sento dei passi provenire da una scala di legno che non avevo notato, che scende da un piano sopraelevato. Chi verrà a punirmi per la mia intrusione? E se fossi entrato nel luogo sbagliato?
Irasshaimase, mi fa un'affabile signora che potrà avere una cinquantina d'anni (ma gli orientali ne dimostrano sempre di meno - magari ne ha settanta). E' lei la guardiana di questo tempio? Centinaia di migliaia di euro custoditi così? Imbarazzato biascico quattro parole di scusa nel mio giapponese stentato, non volevo introdurmi furtivo. Lei mi sorride e mi fa capire che non c'è nessun problema. Io continuo a guardarmi intorno estasiato, non so dove girarmi e mi sento anche un po' idiota. Poi decido. Devo provarci.
Chiedo alla signora, anzi la imploro, di concedermi la possibilità di brandire una spada. Quella che vuole, decida pure lei. Glielo chiedo come se stessi chiedendo al Re Pescatore di farmi vedere il Graal.
Lei sorride, si inchina. Si avvicina a una vetrina e prende una katana che costa moltissimo. Stupenda. La sguaina, ne sorregge la lama con un panno bianco e me la passa, abbassando la testa. Io allungo le mani e la impugno. Non ha peso. Brilla. E' incredibile. Prendo il panno e soppeso la lama, la guardo, scruto l'hamon, mi specchio sull'acciaio. La brandisco di nuovo, la guardo un'ultima volta, e la restituisco alla signora, che continua a sorridere. Mi inchino quasi a novanta gradi, forse non si rende conto del regalo che mi ha fatto.
O forse sì, perché, anche lei si inchina, profondamente, e non smette di sorridermi nemmeno quando la saluto chiudendo la porticina che dà sulla strada.

Postato da: UrielValmont a gennaio 15, 2009 04:05 | link | commenti
viaggi, libri, giappone, entusiasmi, lavoro, arti marziali, tokyo, spada, samurai, katana, kyoto, romanticismi, misticismi, tokugawa

mercoledì, 14 gennaio 2009
Musashi davanti all'altare di Hachiman



Lungo la strada [Musashi sta andando ad affrontare Matashichiro Yoshioka, ma sa che gli studenti della scuola gli hanno teso un'imboscata e che si ritroverà da solo contro almeno un centinaio di uomini armati di spade, lance e archi. Presumibilmente è un po' preoccupato. NdMe] si imbatté in un santuario dedicato ad Hachiman, il dio della guerra, e si fermò a pregare per la vittoria. Ma quando si avvicinò all'altare, in procinto di tirare la corda del gong per attirare l'attenzione del dio, d'improvviso realizzò che mai prima di allora, nella vita di tutti i giorni, aveva riposto fiducia in divinità e buddha. Farlo in quella circostanza sarebbe stato sbagliato. Vergognandosi di se stesso, lasciò andare la corda e si fece indietro. Perché mai gli dei avrebbero dovuto ascoltarlo, se lui per primo non aveva mai fatto affidamento su di loro? La sua vittoria dipendeva dagli dei o da se stesso? Sudando freddo per l'imbarazzo, si inchinò all'altare in segno di ringraziamento per la rivelazione e si affrettò verso la sua meta.

[Tratto e -appena- tradotto da The Lone Samurai - The Life of Miyamoto Musashi, di William Scott Wilson.]

Postato da: UrielValmont a gennaio 14, 2009 03:28 | link | commenti
libri, traduzioni, giappone, dio , letteratura, lavoro, religione, scrittura, arti marziali, samurai, katana, misticismi, miyamoto musashi, denghede denghede den, hachiman