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Stamattina ho consegnato The Lone Samurai.
Sono molto soddisfatto, e mi trattengo a stento dallo scriverne già una recensione - la rimando a quando l'opera sarà disponibile nelle librerie (temo ci sarà da aspettare fino al prossimo anno, ahimé).
Mi limiterò a dire che questa traduzione è stata un'esperienza intensa; un vero e proprio viaggio nella vita, nelle opere e nel pensiero di questo grande personaggio, Miyamoto Musashi, che credevo di conoscere ma di cui in realtà non sapevo moltissime cose. Mi sono sentito felice: avere la possibilità, grazie al mio lavoro e alla mia pratica, di scoprire ogni giorno quanto sono ignorante e incapace è davvero una delle più grandi benedizioni della mia vita. Ora sono un po' più ricco.
Salutato Musashi, mi è stata affidato un altro libro che, a una prima occhiata, confesso non mi sembra proprio un capolavoro.
Manterrò un po' di mistero sul titolo, limitandomi a fornire un indizio pittorico

e a dire che il libro appartiene a quel nutrito gruppo di pubblicazioni dell'americana Paladin Press che forse hanno un valore più folkloristico che altro. Ma chi lo sa, magari durante il lavoro cambio idea. Di sicuro mi divertirò.
Sto lavorando alacremente alla traduzione del libro su Miyamoto Musashi, che mi ha visto peccaminosamente latente per troppo tempo.
Mancano ormai relativamente poche pagine (sto lavorando alle note, che però sono praticamente* mezzo libro), e non cesso mai di meravigliarmi di fronte alla mole di incredibili informazioni contenute in questo saggio che, ne sono certo, farà davvero la gioia di ogni serio praticante di arti marziali giapponesi (e non solo).
In una nota del secondo capitolo mi sono imbattuto in questa serie di versi a opera di Yagyu Muneyoshi (uno che la sapeva lunga). Non li conoscevo, e li ho trovati non solo bellissimi e profondi in sé, ma anche incredibilmente affini a me, alla mia interiorità, e soprattutto al periodo non troppo roseo che sto attraversando in questi giorni. Il fatto che li abbia trovati solo e soltanto ora ha certamente un senso.
Che io sappia non esiste una traduzione in italiano, quindi ho dovuto pensarci io.
Ho fatto del mio meglio.
Non avendo alcuna capacità particolare
per vivere in questo mondo,
timidamente mi sono ricavato
un unico rifugio:
le arti marziali.
È una cosa buona
crearsi
un rifugio!
Ma le arti marziali sono inutili
di fronte alla discordia e ai litigi.
Forse puoi riuscire
nelle arti marziali,
ma esse non sono che una nave di pietra
che non può veleggiare
sul malinconico mare della vita.
Forse davvero le arti marziali
sono una nave di pietra
che non può galleggiare.
Ma io non riesco ad abbandonare
la mia debolezza per questa Via.
*Ho usato troppe parole in -ente in uno spazio troppo esiguo, e secondo i manuali dell'arte dello scrivere questo è un peccato mortale. Ma io non credo al concetto di peccato, quindi in questo caso me ne fotto... altamente.
L'altra sera, grazie alle mie altolocatissime conoscenze*, ho assistito nella splendida cornice dell'isola Tiberina (o Tibberina, come si pronuncia correttamente) a un'esclusiva proiezione in anteprima del film-documentario a cartoni animati Musashi Souken.
L'opera, pur sottolineando la poliedricità di Miyamoto Musashi, ne analizza principalmente la figura di spadaccino e stratega, partendo dalla battaglia di Sekigahara (1600) fino ad arrivare al celeberrimo duello contro Sasaki Kojiro (1612).
Nonostante la teoria principale presentata da questo documentario (si fa un'analisi dello stile di scherma e di alcuni episodi della vita di Musashi per dimostrare che il suo sogno di sarebbe stato quello di combattere in battaglie campali e, più precisamente, in armatura e a cavallo) mi è sembrata un po' forzata, la visione è stata più che godibile, grazie a un buon numero di interessanti informazioni storiche e culturali, a una colonna sonora curatissima e alle frequenti sequenze animate che ricostruiscono alcuni dei più celebri duelli di Musashi (Arima Kihei, Denshichiro e Matashichiro Yoshioka, Baiken Shishido, e Kojiro Sasaki), a ulteriore conferma che i giapponesi hanno tanti difetti, ma hanno veramente elevato il cartone animato a status di opera d'arte.
Naturalmente durante tutta la visione del film un sottile ma penetrante senso di colpa ha turbato la mia fanciullesca mente, visto l'ormai biblico ritardo accumulato sulla traduzione del libro su Musashi di cui mi sto occupando...
A ogni modo, consiglio caldamente la visione di Musashi Souken non appena verrà distribuito su canali più o meno ufficiali.
*La serata è stata anche uno spunto per una breve, tragicomica riflessione sul "fattore Italia".
All'evento erano presenti tra gli altri il primo ministro giapponese, Taro Aso, e consorte, l'ambasciatore giapponese in Italia e il sindaco Alemanno. Imponenti le misure di sicurezza, visto che l'isola era sorvolata costantemente da due elicotteri della polizia e che sul ponte alle mie spalle (e sicuramente anche in qualche palazzo) erano appostati dei tiratori scelti; l'ingresso, inoltre, era esclusivamente su invito.
La cosa divertente è stata che, mentre gli elicotteri sorvolavano e i tiratori scelti cecchinavano, con la connivenza di qualche giovane membro del catering un paio di centinaia di persone sono entrate tranquillamente, senza invito, da dietro, rendendo la serata molto più caotica del previsto e SOPRATTUTTO riversandosi sul catering come delle cavallette affamate** e impedendo quindi ai legittimi invitati (cioè me) di godere delle prelibatezze giapponesi che erano state pensate per un numero di persone tre volte inferiore.
Praticamente, per farla breve, poteva entrare tranquillamente uno armato di bazooka e far saltare l'isola Tibberina.
Ah, italiani.
**Tra l'altro, non ho mai capito perché non appena appare un buffet la gente si trasforma istantaneamente in Felice Sciosciammocca davanti agli spaghetti, e ti viene una gran voglia di picchiarli tutti.

5, come le ore che mancano al suono dell'ipotetica sveglia del mio ultimo giorno giapponese.
Devo finire di sistemare le ultime cose, ma ho appena ricevuto questa foto e, assolutamente, non posso esimermi dal postarla.
Todaiji, Nara, lungo la strada che porta al Daibutsu.

Il grande Takeshi Kitano (per gli amici "Beat Takeshi"), geniale e poliedrico artista giapponese (per non dire fottuto pazzo, visto che la sua mente è stata in grado di partorire sia Hana-bi che Mai dire Banzai, tanto per dirne due), iniziò la sua carriera nel 1973 come cabarettista in un locale del quartiere di Asakusa, a Tokyo - esperienza raccontata nel libro Asakusa Kid, che vi consiglio.
Sabato ci ho passato qualche ora (ad Asakusa, non con Kitano). Ci si era già stati tre settimane fa, ma in questo secondo round ho potuto osservare e notare piccoli particolari e vedute alternative che la prima volta, persi nel delirio di Nakamise Dori (la strada principale), erano passati in cavalleria.
Asakusa è un bel quartiere, relativamente tranquillo rispetto ai deliri di altre zone di Tokyo. Anticamente zona malfamata della capitale, più o meno dalla Restaurazione Meiji (1868) agli anni '50 divenne la zona principe del divertimento a Tokyo; tra le altre cose vi vennero inaugurati il primo cinema e il primo parco di divertimenti (Hanayashiki, 1853 - avevo fatto una foto ma è sparita) del Giappone.
La principale attrazione è il Sensoji, tempio buddista dedicato alla bodhisattva Kannon. Deviando però dal tragitto più trafficato, che porta all'edificio principale, ci si imbatte in scorci di una certa bellezza (1-2-3-4-5-6-7). Momenti di serena tranquillità, che mi hanno ricordato Kyoto.
Dopo un giro e qualche foto mi allontano dall'area templare e mi avvio per le strade del quartiere (1-2-3-4), supero l'Hanayashiki e osservo gli strani abitanti dei tetti di Asakusa (1-2). Ahimé, non dovevo distrarmi! Vengo infatti proditoriamente attaccato da due ninja, che però respingo con miticità e attraenza grazie a un potente mudra che intreccio a tempo di record.
Provato dalla dura battaglia, però, ripiego verso la stazione della metropolitana, non prima di aver salutato un pizzettaro giapponese assorto nello stendere la sfoglia (che poi non so se fosse davvero una pizza, ma mi piace pensare così).
Tutto il giro del quartiere è stato condito (è il caso di dirlo) da un odore costante di spiedini grigliati, spaghetti saltati alla piastra e altre prelibatezze locali, che i dannati autoctoni disseminano saggiamento con ventilatori strategici puntati direttamente nelle narici dei passanti.
Oggi Tokyo mi è piaciuta di più.



A Tokyo fa freddo.
Molto freddo. E nelle gelide mattinate invernali giapponesi, posare le terga su una tavoletta termoriscaldata è un piacere impagabile.
Ieri ho deciso di rimanere da solo per la maggior parte della giornata, e di dedicarmi un po' alla traduzione del libro su Musashi, che era rimasto un po' (tanto) indietro, sommerso da altri progetti che sto seguendo contemporaneamente. Leggere e tradurre una cosa del genere, trovandosi qui, fa certamente un effetto particolare, tanto più che sono freschi nella mia memoria molti dei luoghi citati nel testo.
E mi torna in mente quel negozietto vicino al castello di Nijo, a Kyoto, costruito da Ieyasu Tokugawa nel 1603 (il castello, non il negozio). Una vetrina (del negozio, non del castello), piccola e semplice, espone alcune lame nude, senza montatura, che mi colpiscono per la loro lucente bellezza. Graziose tsuba sono adagiate su di un panno verde. Mi avvicino timidamente alla porta scorrevole, in legno leggero. Sarà chiusa? La apro di pochi centimetri, sbircio; nessun segno di vita. Ma vedo cose che mi chiamano a gran voce. Mi faccio coraggio ed entro.
Il negozio è piccolo, intimo. Tre vetrine espongono una serie di spade, lunghe e corte, di una bellezza mozzafiato. Hanno tutte il cartellino con il prezzo. Uno, con semplicità, come se fosse la cosa più normale del mondo, recita 1.850.000 円. Quasi 16.000 euro. Molte altre lame hanno prezzi simili. Alcune costano molto di più.
Sono bellissime.
Su un bancone, un vecchio tavolo di legno in verità, c'è un gruppo di spade nel fodero, avvolte in uno spesso panno marrone scuro. Sono vecchie, un po' usurate; dalla montatura mi sembra di riconoscere le armi degli ufficiali giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale. Forse sono appena arivate e sono in attesa di un restauro.
Una rastrelliera sostiene numerosi iaito, le spade per la pratica del battojutsu. Una piccola libreria contiene testi a me familiari.
In tutto questo il negozio è vuoto. Non c'è nessuno a guardia di questi tesori. Non sembra nemmeno un negozio, ma la stanza di una casa.
Dopo un periodo di tempo indefinito, sento dei passi provenire da una scala di legno che non avevo notato, che scende da un piano sopraelevato. Chi verrà a punirmi per la mia intrusione? E se fossi entrato nel luogo sbagliato?
Irasshaimase, mi fa un'affabile signora che potrà avere una cinquantina d'anni (ma gli orientali ne dimostrano sempre di meno - magari ne ha settanta). E' lei la guardiana di questo tempio? Centinaia di migliaia di euro custoditi così? Imbarazzato biascico quattro parole di scusa nel mio giapponese stentato, non volevo introdurmi furtivo. Lei mi sorride e mi fa capire che non c'è nessun problema. Io continuo a guardarmi intorno estasiato, non so dove girarmi e mi sento anche un po' idiota. Poi decido. Devo provarci.
Chiedo alla signora, anzi la imploro, di concedermi la possibilità di brandire una spada. Quella che vuole, decida pure lei. Glielo chiedo come se stessi chiedendo al Re Pescatore di farmi vedere il Graal.
Lei sorride, si inchina. Si avvicina a una vetrina e prende una katana che costa moltissimo. Stupenda. La sguaina, ne sorregge la lama con un panno bianco e me la passa, abbassando la testa. Io allungo le mani e la impugno. Non ha peso. Brilla. E' incredibile. Prendo il panno e soppeso la lama, la guardo, scruto l'hamon, mi specchio sull'acciaio. La brandisco di nuovo, la guardo un'ultima volta, e la restituisco alla signora, che continua a sorridere. Mi inchino quasi a novanta gradi, forse non si rende conto del regalo che mi ha fatto.
O forse sì, perché, anche lei si inchina, profondamente, e non smette di sorridermi nemmeno quando la saluto chiudendo la porticina che dà sulla strada.

Lungo la strada [Musashi sta andando ad affrontare Matashichiro Yoshioka, ma sa che gli studenti della scuola gli hanno teso un'imboscata e che si ritroverà da solo contro almeno un centinaio di uomini armati di spade, lance e archi. Presumibilmente è un po' preoccupato. NdMe] si imbatté in un santuario dedicato ad Hachiman, il dio della guerra, e si fermò a pregare per la vittoria. Ma quando si avvicinò all'altare, in procinto di tirare la corda del gong per attirare l'attenzione del dio, d'improvviso realizzò che mai prima di allora, nella vita di tutti i giorni, aveva riposto fiducia in divinità e buddha. Farlo in quella circostanza sarebbe stato sbagliato. Vergognandosi di se stesso, lasciò andare la corda e si fece indietro. Perché mai gli dei avrebbero dovuto ascoltarlo, se lui per primo non aveva mai fatto affidamento su di loro? La sua vittoria dipendeva dagli dei o da se stesso? Sudando freddo per l'imbarazzo, si inchinò all'altare in segno di ringraziamento per la rivelazione e si affrettò verso la sua meta.
[Tratto e -appena- tradotto da The Lone Samurai - The Life of Miyamoto Musashi, di William Scott Wilson.]